Perché in Italia nessuno si ribella

Il motivo per cui in Italia non scoppia una rivoluzione non è difficile da capire. Gli italiani non sono una vera nazione: si sentono tale solo in occasione delle partite della Nazionale e in caso di lutto nazionale. Nei momenti che contano, forse, ma non nella vita quotidiana, quando c’è da mettere in gioco il sano principio della convivenza.

Gli italiani sono individualisti, quindi è molto difficile che un italiano scenda in piazza per difendere gli altri. Lo fa per difendere sé stesso, ma non fino al punto di mettere in crisi i principi dell’ordinamento repubblicano. Quando è successo lo hanno fatto in pochi e hanno preferito direttamente la lotta armata, che non c’entra nulla con la rivoluzione. Anche se il sogno, in partenza, era quello rivoluzionario. Per gli italiani non esiste il bene comune: ciò che è dello Stato non è di tutti, ma di nessuno. Per questo non siamo nemmeno in grado di conservare ciò che il nostro passato glorioso ci ha tramandato.

L’Italiano è borghese dentro. Questo tratto è stato accentuato da molti fattori. In primo luogo dalla presenza di uno stato liberale borghese nel periodo unitario. Il PSI (partito socialista italiano) fu la prima compagine politica con una certa carica rivoluzionaria. Ma nonostante avesse un grande seguito, tanto da diventare il primo partito italiano in termini di seggi, arrivò a dividersi tra riformisti e massimalisti. Questi ultimi ambivano alla rivoluzione. La prima guerra mondiale spazzò via queste speranze e anzi diede luogo all’avvento di un regime borghese: il fascismo.

Il fascismo nacque come forza reazionaria, contraria alle spinte della rivoluzione socialista. Una “rivoluzione” di colletti bianchi e grandi proprietari terrieri, che portò i potentati a rafforzare le loro posizioni. L’eredità più deleteria del Fascismo è che ha conculcato nell’italiano medio il conformismo, cioè l’adattarsi al potente di turno nel nome del quieto vivere. Gli aspetti più borghesi dell’italiano si sono ingranditi fino a trasformare il paese in una sorta di caserma del silenzio-assenso.

Un altro momento arriva dopo la fine guerra e il disastro finale del fascismo, la caduta del regime. La parte più produttiva del paese è stata occupata dai nazi-fascisti, però ha vissuto una stagione di resistenza. Al Sud, prevalentemente monarchico, hanno prevalso gli spiriti conservatori. Detto ciò il momento poteva esserci nel 1948, ma ancora una volta gli italiani ci andarono cauti e preferirono la DC, nonostante avessero fatto fuori la monarchia paternalista poco prima.

La DC ha fatto le riforme migliori quando ha governato insieme al PSI di Pietro Nenni, ma in questo caso la spinta rivoluzionaria era ormai esaurita. Peraltro è stato il boom economico e l’arrivo del consumismo a rafforzare lo stato borghese, che nel corso del tempo è diventato assistenzialista. Uno stato padre e madre che si prende cura degli interessi degli individui, chiude un occhio sull’evasione fiscale e tollera la presenza di mafie, nonostante danneggino la libera economia. Né uno stato compiutamente liberale, né uno stato compiutamente sociale. Uno stato delle ingiustizie sociali, della mancanza di meritocrazia che gli italiani accettano perché non fanno alcuna corsa a prendere meriti. Gli italiani in media vivacchiano e si accontentano e quando tentano di emergere sono comunque disposti al compromesso, a farsi cooptare, anziché rivaleggiare. Recentemente ho sentito dire da un giornalista molto apprezzato, che l’Italia è il paese dove i figli fanno i mestieri dei genitori. E lo fanno per mantenere le posizioni di rendita acquisite nel tempo. Se non si sono ribellati i padri, perché dovrebbero farlo i figli?

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